9 Dicembre 2021

Bastien Vivès: “Dopo Charlie Hebdo non abbiamo ancora capito l’importanza della libertà di espressione”

Il fumettista francese, ospite di Lucca Comics and Games, si racconta in una lunga intervista: da Corto Maltese – Oceano Nero a Last Man, dal fumetto erotico al film di Una sorella.

Il Corto Maltese di Oceano Nero non è lo stesso Corto Maltese di Hugo Pratt. O meglio: hanno qualcosa in comune; hanno lo stesso carisma, lo stesso fascino, lo stesso incredibile sguardo. E abbracciano entrambi l’avventura. Ma sono anche diversi. Il fumetto disegnato da Bastien Vivès, scritto da Martin Quenehen e pubblicato da CONG è una rilettura intelligente e moderna di un personaggio che, negli anni, è diventato una vera e propria icona. Ci sono delle differenze, e sono differenze piuttosto palesi. E poi c’è lo stile di Vivès: chiaro, immediato; di una sensualità sconvolgente, e soprattutto di una semplicità quasi inedita, capace di tenere insieme gli estremi e di sintetizzare anche i passaggi più complicati.

Un primo piano di Vivès può suggerire e insinuare; può raccogliere mille parole in una sola espressione, e rendere tutto più esaltante. In una sua tavola convivono mondi interi, c’è il prima e c’è il dopo di una storia, e la lingua del racconto trova la sua musicalità proprio negli stacchi delle tavole. «Nessuno ci ha chiesto di lavorare a un fumetto di Corto Maltese», dice Vivès, ospite con Quenehen dell’ultima edizione di Lucca Comics and Games. «Siamo stati noi a farci avanti e a chiedere di poterlo fare».

Perché?
«Volevamo raccontare un Corto più moderno, più attuale. Ricordo che ho conosciuto questo personaggio molti anni fa; ho fatto alcuni disegni, e mi è stato anche proposto di fare qualcos’altro. Alla fine, però, non abbiamo concluso niente. Ci siamo riusciti solamente adesso con Oceano Nero».

Lei è un appassionato di questo personaggio?
«Confesso: in passato non ho letto molte storie di Corto Maltese. Mi piacevano i disegni, mi piaceva il suo viso e il suo sguardo, ma non ero un esperto. È stato Milo Manara, con le sue parole, a incuriosirmi. Manara è uno dei più grandi artisti viventi, e uno dei pochi a conoscere profondamente Corto e Hugo Pratt».

Qual è la più grande novità di Oceano Nero?
«Questo Corto è stato pensato per un pubblico che non ha mai letto una storia di Pratt e anche per chi, invece, ha letto tutte le sue avventure. Quando ho lavorato a Oceano Nero, non ho studiato quello che era già stato fatto: volevo avere la giusta distanza per creare qualcosa di nuovo e particolare».

Da dove siete partiti?
«Abbiamo provato a metterci nella stessa posizione di Pratt, a farci le stesse domande. Il primissimo Corto era un personaggio del ‘900, e in quell’epoca l’Inghilterra era particolarmente importante. Oggi, nel 2000, viviamo in un altro mondo e l’America ha un ruolo centrale. Volevamo trovare un punto di contatto con tutti i lettori: con gli appassionati di Corto Maltese, con gli appassionati delle mie storie, con i lettori occasionali».

Poche settimane fa, in Italia, Bao Publishing ha pubblicato l’ultimo numero di Last Man, uno degli euromanga più riusciti di questi anni.
«Questo tipo di fumetti, oggi, rappresenta una parte fondamentale del nostro mercato. Non possiamo limitarci a copiare i manga e lo stile giapponese; dobbiamo essere noi stessi, dobbiamo approfondire i nostri temi, usare le nostre caratteristiche».

E cioè?
«In Last Man c’è tutto quello che io e gli altri autori siamo, ci sono le nostre passioni e le cose che ci sono sempre piaciute. Non ci siamo mai fermati. Questa è una storia per tutti, e che parla soprattutto ai lettori occidentali: anche un ragazzo francese, un adolescente, può ritrovarsi in quello che abbiamo raccontato».

Com’è stato lavorare a questa serie?
«È stata un’esperienza bellissima. Siamo tutti amici e ci conosciamo da molto tempo. Quando abbiamo cominciato a sviluppare Last Man, Michael Sanlaville era appena diventato papà e io mi ero fidanzato da pochissimo. Abbiamo messo tutte queste cose nella storia, e soprattutto ci abbiamo messo le nostre personalità».

Alla fine, per lei, qual è la cosa più importante?
«Riuscire a essere contemporaneo. Rimanere attuale. La prima domanda che mi faccio è: questo fumetto è interessante nel 2021? C’è un pubblico pronto a leggerlo? E vale per ogni cosa; vale anche per le storie d’amore».

Prima le immagini o le parole?
«Sono i disegni che fanno la differenza; con le parole si possono scrivere romanzi, libri, sceneggiature, ma solo con i disegni si possono fare i fumetti e non c’è nessun vero limite all’immaginazione. I disegni sono tutto: nei disegni ci sono le voci, e ci sono i personaggi e le storie possono prendere forma».

Perché ha scelto proprio questa carriera?
«Perché volevo raccontare le mie storie. Ho lavorato al mio primo fumetto quando avevo – credo – 22 anni; ci sono arrivato piuttosto tardi, ma alla fine ci sono arrivato».

Nelle sue storie brevi (ripubblicate in Italia da Bao Publishing) non esita a prendere in giro il lavoro del fumettista.
«Mi piace scherzare. Alcuni autori sono troppo seri: sono orgogliosi delle loro storie, di quello che hanno fatto; del successo che hanno raggiunto. Ma io ho bisogno di ridere per rimanere con i piedi per terra. L’orgoglio è un’ottima cosa, ma non bisogna mai esagerare».